Digital Transformation

La DAD ci ha insegnato che non siamo ancora pronti per la “scuola a distanza”

Questi difficili mesi di emergenza sanitaria ci hanno costretto a confrontarci con un aspetto fin’ora sottovalutato – ma non per questo meno importante, anzi! – che, in un modo o nell’altro, ci riguarda tutti da vicino. E molto.

Perché quello della scuola e dell’istruzione è un mondo complesso e imprescindibile per la crescita di una società sana e destinata a restare tale nel tempo. Ma come abbiamo affrontato – o provato ad affrontare… – l’impossibilità di perseguire una didattica in presenza, fronteggiando allo stesso tempo i rischi dovuti dalla pandemia da Covid-19? Trasformando l’unico modo che conoscevamo fino a oggi di vivere e interpretare la scuola, in uno completamente opposto: l’abbiamo chiamato didattica a distanza (da qui in poi DAD). E, sì, abbiamo capito quasi fin da subito di non essere in grado di affrontarla nel modo giusto. Per tutta una serie di motivi…

Una DAD “a metà”: difetti strutturali di un sistema non all’altezza

Il primo di questi motivi riguarda l’aspetto “materiale”, o logistico, per meglio dire. Perché il più grande difetto che la necessità di adeguarci alla didattica a distanza ha portato in superficie, coincide con la mancanza di una vera e propria cultura del digitale diffusa più o meno in tutto il nostro Paese.

Infrastruttura DAD

Una cultura precaria, certificata innanzitutto dalla mancanza di robuste e collaudate infrastrutture sistemiche univoche, alle quali affidarsi per svolgere la DAD nel modo più efficiente e duraturo possibile; certo, i software per riunioni o lezioni virtuali non mancano, ma proprio questa affollata presenza di strumenti digitali, non veicolata da un piano ministeriale ponderato per tutti gli istituti del settore scolastico, non ha di certo facilitato il compito degli addetti ai lavori, professori o studenti.

Il tutto è stato appesantito ulteriormente dalle squilibrate performance delle infrastrutture su tutto il territorio nazionale, unite alla disparità di utilizzo di quei dispositivi personali, necessari per adempiere al meglio alla DAD, di cui non tutti i soggetti interessati sono a disposizione – per non parlare di un’ulteriore analisi da eseguire su più livelli, in riferimento ai differenti gradi scolastici, che andrebbe affrontata con piglio critico, utile a porre l’attenzione sulle difficoltà messe in mostra da studenti appartenenti a fasce d’età e sociali diverse.

La DAD nel 2020: una questione culturale

Di pari passo, la DAD ha fatto emergere eclatanti difficoltà psicologiche e di comunicazione. È evidente come sia il corpo docente, sia gli studenti, non erano (sono?) pronti ad affrontare un sistema d’emergenza, senza alcun preavviso. Non certo per un’ipotetica generale incapacità a utilizzare gli strumenti necessari per la DAD – anche se, purtroppo, appare quantomai necessario correre ai ripari con mirati corsi d’aggiornamento specifici per i docenti, così da colmare le carenze dovute a un gap generazionale impossibile da nascondere come la polvere sotto un tappeto; piuttosto, va ammesso che il sistema scolastico nazionale non si era mai confrontato, prima d’ora, con tale esigenza procedurale: la scuola nasce come un’istituzione fondata sul confronto e la cooperazione tra diverse personalità, impossibile da adattare nel tempo a un sistema a distanza, seppur supportato da strumenti efficaci e alla portata di tutti.

Difficoltà DAD

La scuola è un ambiente che, semplicemente, non può essere ricreato artificialmente. Ed è proprio in questo senso che la DAD fallisce la sua missione di “esperienza essenziale”, rimanendo nella nostra concezione ideologica e culturale solo un’alternativa a una normalità resa impossibile. Gli studenti e i docenti sono stati costretti a confrontarsi con una realtà a loro aliena, con la consapevolezza e la speranza di viverla solo come un aspetto passeggero della loro quotidianità; e quando il “fare scuola” viene ridotto a un aspetto del sopravvivere comune, figlio di situazioni emergenziali, tutto l’apparato scolastico-didattico perde coesione e, di conseguenza, fascino.

Quando “DAD” è sinonimo di “formazione digitale”

Il ministro Azzolina ha giustamente ammesso che essere costretti a svolgere la DAD non va considerato come un aspetto negativo e marginale, ma deve essere preso come spunto per comprendere gli aspetti carenti del nostro sistema – in questo caso, quello scolastico -, così da migliorare sia dal punto di vista strutturale, sia da quello intellettuale. Come in altri settori, la pandemia ci ha sbattuto in faccia le nostre inadeguatezze, anche in campo digitale. Ma è davvero possibile colmare questo vuoto che ci appare quantomai profondo?

Certo che sì o, per lo meno, provare a ridurre il più possibile il divario tra ciò su cui si può contare e ciò che dovremmo ottenere, in termini pratici e ideologici.
Come? Investendo sul digitale – per dire, non è vero che gli italiani si stanno abituando allo smart-working, perché non esiste ancora una cultura affine allo smart-working, se non in sparute realtà; e non ci si riferisce solo a investimenti di natura economica, anche se necessari, ma a un modo del tutto innovativo e praticabile di intendere il digitale. Viviamo in una società ancora ancorata a una mentalità stantìa e non omologata all’idea di globalizzazione digitale: come dire, abbiamo gli strumenti da utilizzare, ma non sappiamo sfruttarli a modo o non crediamo sia ancora necessario imparare a farlo. Niente di più sbagliato e la pandemia da Covid-19 ce lo ha ricordato una volta per tutte.

Ecco perché dovremmo rivalutare l’importanza della formazione digitale; ecco perché è controproducente snobbare la formazione digitale nelle scuole, tanto per rimanere in tema. Ecco perché dall’istruzione potremmo trarre vantaggi necessari per continuare a fare formazione. Ecco perchè la scuola, in questo senso, viene prima di tutto.